La fuga dei generali inglesi

Uno degli eventi più straordinari della Resistenza romagnola e marchigiana fu quella che è nota come la “fuga dei generali inglesi”: eccezionale per l’audacia dei partigiani che la resero possibile, per i colpi di scena avvincenti come la trama di un film, per la rilevanza che ebbe ai fini della credibilità del nascente movimento partigiano ma soprattutto per la ampia rete di antifascisti che coinvolse. Un episodio che è stato paragonato alla “trafila” che un secolo prima, in Romagna, aveva permesso il salvataggio di Garibaldi in fuga a seguito della caduta della Repubblica Romana.

Tutto aveva avuto inizio nell’Appennino tosco-romagnolo, quando le autorità italiane (nel rispetto delle clausole dell’armistizio proclamato due giorni prima da Badoglio) la mattina del 10 settembre avevano rilasciato dal campo di prigionia di Vincigliata (FI) un folto gruppo di ufficiali britannici, favorendone la fuga dai tedeschi. Tra di essi ve ne erano alcuni di altissimo rango: il tenente generale Philip Neame, già comandante delle forze schierate in Cirenaica; il maresciallo dell’Aria Owen T. Boyd, comandante in capo della RAF (Royal Air Force) in Medio Oriente; il generale Richard N. O’Connor, già comandante della Western Desert Force in Africa. Il gruppo aveva trovato inizialmente rifugio presso il francescano Eremo di Camaldoli, per essere successivamente destinato dal priore, padre Leone, presso varie famiglie contadine abitanti in sperdute e pressochè inaccessibili località appenniniche: Seghettina, Strabatenza, Campo Minacci.

Da destra (cerchiati in giallo: gli alti ufficiali Boyd, O’Connor, Neame

Lì essi erano stati contattati da alcuni eminenti rappresentanti dell’antifascismo romagnolo: dall’avvocato Torquato Nanni e Tonino Spazzoli, repubblicani, da Giusto Tolloy e Pietro Spada, esponenti del neonato Partito dei Lavoratori Italiano.
Anche l’ingegnere pesarese Ruggero Cagnazzo, di origine ebrea, si era messo in contatto con loro e successivamente partecipato il 10 ottobre 1943 con il capitano James Tuil Ferguson – ex prigioniero di guerra assieme al tenente colonnello Pat Spooner – al trasbordo clandestino da Cattolica a Termoli, presso le basi alleate del Sud (v. Settantanni anni fa, la Resistenza in Valconca. 10 ottobre 1943, in “La Piazza”, ottobre 2013, p. 35) ove, contrariamente ai loro piani iniziali, essi erano stati arruolati nella “A Force”  del MI9 (una speciale sezione dei servizi segreti britannici) e rimandati a nord con l’obbiettivo di coordinare il rientro tra le fila degli alleati dei tre alti ufficiali inglesi.

Il piano del MI9 prevedeva per il 2 novembre un imbarco notturno al largo di Gabicce nella “Freccia Azzurra” comandata da Libero Bianchini – già protagonista del precedente trasbordo – incaricata di portarli nel Sud.
In aderenza ad esso gli alti ufficiali partirono dal convento della Verna alla volta della costa, percorrendo in due giorni oltre 30 km a piedi e 120 km in bicicletta, accompagnati da Guido Canestrari. Tra vari imprevisti, i fuggitivi giunsero nella notte stabilita sulla spiaggia. Ferguson e Cagnazzo, preso il largo a bordo di una piccola barca, iniziarono le segnalazioni: tuttavia, a causa della scarsa visibilità e del maltempo, nessuna barca fu avvistata. In caso di problemi era previsto che il tentativo fosse ripetuto la notte successiva, ma anch’esso non ebbe successo.
I generali inglesi, infreddoliti, bagnati ed affranti, trovarono ospitalità prima a Cattolica dalla famiglia Tolloy (con la moglie e i tre figli) e successivamente presso la Cappella Spina di San Giovanni in Marignano (sopra il cimitero comunale). Ferguson e Spooner furono ospitati da persone fidate di ogni ceto sociale, nella zona tra Pesaro, Pozzo Alto (fam. terenzi) e Monteluro.
Nel frattempo Tolloy e Spada si erano attivati per trovare – tramite Giuseppe Ricci, responsabile di zona della Resistenza –  qualche pescatore disposto ad imbarcare a Cattolica i fuggitivi, ma quando tutto sembrava ormai pronto, all’ultimo momento i capibarca che inizialmente si erano resi disponibili rifiutarono, intimoriti dai rischi di una simile azione.
La rete clandestina, tuttavia, reggeva: occorre ricordare che la taglia per ogni inglese in fuga dai campi era di 25.000 lire (una cospicua cifra per l’epoca! in questo caso, oltretutto, si trattava di ufficiali di grado elevato) mentre chi li aiutava o ospitava era passibile di fucilazione.

Il 16 novembre i tre generali erano di nuovo in viaggio in bicicletta, ospitati a Cesena e poi per una settimana a Forlì nella villa di Spazzoli.
Nel frattempo Bruno Vailati, un giovane audace amico di Nanni che nel dopoguerra diventerà famoso per i suoi documentari, aveva avventurosamente attraversato il fronte e – su mandato dei generali – concordato con la “A Force” un nuovo piano di fuga.

Esso prevedeva per il 24 novembre l’arrivo notturno di un mezzo navale britannico al largo di Cervia, da identificarsi tramite segnali luminosi. Purtroppo per una fatale coincidenza la zona scelta era  fortemente presidiata da truppe tedesche, e il punto designato fu raggiunto a fatica. Il primo contatto andò per l’ennesima volta a vuoto e nessun mezzo si presentò all’appuntamento. I fuggiaschi cercarono allora rifugio ove possibile, presso civili legati in vario modo alla Resistenza ravennate ma anche – addirittura! – approfittando tra mille rischi della villa estiva del generalissimo fascista Rodolfo Graziani, in attesa del 28 novembre, la seconda data prevista in caso di fallimento del contatto del 24: ma anche questa volta nessun segnale giunse dal largo. I piani del MI9 erano definitivamente falliti.

Mentre i generali venivano rischiosamente ospitati in luoghi sempre diversi, Cagnazzo si attivò per l’acquisto di una imbarcazione che partisse dal porto di Pesaro: tuttavia anche questo tentativo non ebbe seguito a causa dei sospetti delle autorità, a cui seguì – il 7 dicembre – una irruzione della polizia fascista nella sua casa nel tentativo di arrestarlo.

Tramite la rete della Resistenza si venne allora a conoscenza della esistenza di un nucleo partigiano attivo a Cingoli (AN), comandato dal settantenne generale Ettore Ascoli, dotato di radio ricetrasmittente; nel tentativo di ristabilire a tutti i costi un contatto con gli alleati, i generali e Cagnazzo si recarono a Cingoli sull’auto guidata da Alfredo Lisotti, un taxista di fede comunista, riuscendo ad incontrare il generale italiano ed inviare un messaggio radio diretto a Montgomery. Un ennesimo colpo di scena però scompaginò le carte: la morte del generale D’Ascoli il 10 dicembre durante un inseguimento da parte dei fascisti. Nel frattempo Vailati era giunto con la notizia di un possibile contatto nuovamente a Cattolica. 

Ezio “Papi” Galluzzi

Finalmente  si apriva uno spiraglio, grazie all’azione della persona che aveva già organizzato con successo la fuga del 10 ottobre da Cattolica: Ezio Galluzzi (detto Papi), comunista, figlio del presidente della locale Casa del Pescatore, Salvatore. Papi – ricercato dalla polizia – aveva accompagnato i generali nel ravennate ed a Cingoli, viaggiando assieme a Cagnazzo. Egli era riuscito a convincere la famiglia Ercoles (detta Boschi) – che un mese prima aveva rifiutato – ad utilizzare per la fuga la “ammiraglia” della flotta peschereccia cattolichina di loro proprietà, un motopeschereccio da 16 metri denominato “Dux, con la volontà di portarlo nel Sud per preservarlo dalla distruzione bellica ad opera delle bombe inglesi o delle autorità tedesche: con l’imbarcazione sarebbero definitivamente rimasti nel Sud lo stesso Papi e l’intero equipaggio, sino al settembre 1944. L’imbarcazione era stata affondata nel porto mesi prima, per prevenirne la requisizione: Papi si offrì di recuperarla e rimetterla in perfette condizioni nel giro di pochissimo tempo.
L’operazione aveva però un costo: 100.000 lire, a copertura dei rischi e del mantenimento dell’equipaggio e dei loro famigliari che sarebbero rimasti privi – fino alla fine del conflitto – dei capifamiglia e dei mezzi di sussistenza. Fu il riccionese Pietro Arpesella, presso la cui abitazione avevano trovato ospitalità durante i loro ultimi viaggi di trasferimento, che si offrì di coprire le spese, anticipando la cifra (parzialmente restituita dal governo inglese nel dopoguerra): anche se il pagamento non poteva certo garantire dal rischio di un tradimento, volontario o involontario.

Nella notte del 18, oltrepassando per l’ennesima volta rischiosi posti di blocco tedeschi, tutti i fuggiaschi furono accompagnati da Papi fino al “Dux”, nascondendosi nell’umido e buio sottoponte della nave.

Il peschereccio DUX nei primi anni ’40

La mattina del 19 dicembre 1943, con l’arrivo del capitano Francesco Ercoles con il motorista Mario Ercoles ed il marinaio Sebastiano Vanni, il “Dux” salpò, oltrepassando il posto di blocco tedesco situato nel porto di Cattolica: a bordo vi erano Neame, Boyd e O’Connor, gli ufficiali Ferguson e Spooner, l’agente Cagnazzo con la moglie, il camaldolese padre Leone, il sottufficiale sudafricano MacMullen – nascosto da mesi a Santa Marina -, Bruno Vailati, Ezio Galluzzi ed i membri dell’equipaggio. Il motopeschereccio giungerà sano e salvo a Termoli il 20 dicembre con il suo prezioso carico, non senza qualche momento di suspence, dovuto allo spegnimento del motore: il carburante era finito! il capitano Ercoles ne aveva tuttavia già predisposto una scorta per proseguire il viaggio.
Al loro arrivo, tutti gli ufficiali furono invitati a cena a Bari, con le barbe ancora lunghe, da Alexander e Eisenhower in persona, per essere poi immediatamente spediti a Tunisi, ove incontrarono Winston Churchill.

Ogni imbarcazione aveva l’obbligo di tornare alla sera del giorno stesso: il mancato ritorno del Dux a Cattolica fece inutilmente scattare le ricerche, e gli anziani genitori dei due fratelli Ercoles, il padre Enrico (Boschi) e sua moglie Francesca Gessaroli, sospettati di aver collaborato alla fuga, vennero arrestati e rimasero imprigionati per circa tre mesi nelle carceri di Forlì. 
L’autista Lisotti – informato dell’identità dei suoi clienti solo poco prima della loro fuga – fu tradito, arrestato, interrogato e torturato, senza rivelare nulla: morirà un anno dopo a seguito delle percosse ricevute.

Ezio Galluzzi e i marinai del “Dux” rimasero nel Sud: Papi, in particolare, operò per conto dell’OSS (Office of Strategic Services, progenitore della CIA) fino alla fine della guerra in Italia.

Nel tempo ognuno dei tanti protagonisti di questa “trafila” rivendicherà un ruolo essenziale nella riuscita della operazione: ed in un certo senso fu proprio così, in quanto ogni singolo contrattempo o disattenzione poteva riuscire fatale. Fu l’intera rete antifascista, nel suo insieme, nella sua traballante seppur efficace organizzazione – formata da uomini di grande idealità e audacia – che permise la riuscita di questa impresa, importante banco di prova nei rapporti tra Resistenza e forze alleate.


APPROFONDIMENTI

  • Ennio Bonali – Dino Mengozzi, La Romagna e i generali inglesi, Franco Angeli, Milano, 1982.
  • Guido Canestrari, Un falegname tra i generali, Provincia di Pesaro e Urbino, 1992.
  • Maurizio Casadei, La Resistenza nel riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea di Rimini, Rimini, 1992-2005.
  • Guido Paolucci, C’era una volta Cattolica, BCC Gradara, San Giovanni in Marignano, 2004.
  • Pat Spooner, A talent for adventure, Pen & Sword, Barnsley (GB), 2012.
  • Angelo Fabbri, Le ciliegie non sono mature. Cronaca della seconda «trafila romagnola», Diogene, Pomigliano D’Arco, 2012.

IN ALTO L’itinerario della fuga dei generali inglesi dal 10 settembre al 12 dicembre 1943.

Questo articolo è stato pubblicato nel mese di dicembre 2013 su “La Piazza della provincia” di Rimini. Esso faceva parte delle serie “La Resistenza racconta” realizzata a cura di Maurizio Castelvetro (ANPI Cattolica-Valconca) in occasione delle celebrazioni per il 70° anniversario della Liberazione.

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